Apre il ristorante “I Giardini del Massimo”, un salto indietro nel tempo 0

PALERMO. Si chiama “I Giardini del Massimo” ed è la nuova buvette del teatro Massimo. Non un semplice ristorante, aperto dalla colazione all’aperitivo fino alla cena. Un luogo dove poter organizzare anche eventi privati e aziendali. All’interno anche una sala esclusiva dedicata di 38 posti dedicata alla cucina gourmet.

I Giardini del Massimo

I Giardini del Massimo sono stati pensati non solo per gli appassionati d’arte e del buon vivere, ma anche per i visitatori, per i curiosi di tutte le età che scopriranno un luogo familiare sentendo battere il cuore vivo della cultura palermitana.

Un “salto” indietro nel tempo, agli splendori degli anni ’20

Rinasce dopo un lungo lavoro di restauro, coordinato dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali insieme al consorzio Giardini del Massimo che ha voluto fortemente l’opera. “Dopo tanti mesi di lavoro, sacrifici e confronto con sovrintendenza ai Beni culturali e sovrintendente del teatro Massimo, siamo riusciti a restituire uno spazio stupendo che rende vivo il teatro, in grado accogliere i palermitani, ma non solo – dice Rosario Alescio, a capo del consorzio che gestirà il locale, insieme a Giuseppe Biundo e Davide Alamia -. Stiamo parlando del terzo teatro più importante d’Europa, il primo in Italia che va vissuto sempre, non solo quando ci sono le opere”.

Marco Betta, sovrintendente del Teatro Massimo di Palermo

“L’inaugurazione dei Giardini del Massimo rappresenta un segnale di vita particolarmente significativo considerando il difficile periodo pandemico dal quale, non senza difficoltà, stiamo cercando di uscire – dice Marco Betta, sovrintendente del Teatro Massimo di Palermo – La questione Giardini del Massimo è una questione profonda della cultura del teatro che va oltre lo spettacolo per offrire uno spazio aperto alla condivisione di idee, progetti, esperienze”.

La cucina

A dirigere la brigata c’è il giovane Gianvito Gaglio, nemmeno 30 anni, un diploma della scuola Alma di Gualtiero Marchesi e anche un’esperienza pluriennale con lo chef bistellato Antonino Cannavacciuolo. Mentre in sala c’è Paola Gioia.

“Mi piace condividere i sapori e i profumi della nostra sicilianità, ricordando, giocando e sperimentando con l’esperienza maturata in cucina in questi ultimi anni – dice lo chef -. I piatti stessi sono pensati per essere mangiati in differenti modi. Alcuni in un boccone, altri da assaporare con le mani e altri ancora in cui si ha la possibilità di mischiare una o più salse di accompagnamento. La cucina è nutrimento e piacere: un viaggio sensoriale tra le emozioni e i ricordi, due ingredienti rilevanti nel mio ideale di cucina.

Per noi siciliani soprattutto, l’immagine della nostra terra è sempre legata alla cucina e al buon cibo delle mamme e delle nonne: le “pollanche” (pannocchie) nei pomeriggi estivi; i “babbaluci” (le lumache) durante il Festino di Santa Rosalia; l’anguria fresca in riva al mare; i fichi d’india freddi a fine pasto; l’odore di carne arrostita per le vie della città; le arancine per Santa Lucia;, il baccalà per l’Immacolata Concezione; l’urlo dei venditori nei mercati del Capo, di Ballarò e della Vucciria. Noi siamo così, riconosciamo nel cibo un gesto potente, primordiale e identitario”.

Il menù della tradizione

Il pesce l’ingrediente principale. Il polpo a sfincione: il polpo, cotto con tecniche moderne, che richiama alla fedele tradizione palermitana. E’ condito con una salsa a base di pomodoro e cipolla e l’immancabile caciocavallo. E ancora l’ombrina, servita a carpaccio; oppure il rombo con i tenerumi. La parmigiana, ma fatta “in carrozza”, una deliziosa rivisitazione della “cugina” mozzarella ricoperta di panko e accompagnata da una maionese al basilico.

Anche tra i primi vince la sicilianità e i richiami al suo territorio. Come i paccheri ai 3 pomodorini (Pachino, datterino e datterino giallo), le linguine alle vongole, un riso ai gamberi e i mitici spaghetti ai ricci con colatura di alici e lo zafferano che non ti aspetti a dare profumi unici. Tra i secondi non mancano il maialino nero dei Nebrodi, il coniglio abbinato a scampi e sommacco e la ricciola.

“Ogni spazio che si recupera alla fruibilità della città e che sia fatto nel segno del bello come in questo caso è un’iniziativa da apprezzare e rilanciare – dice il sindaco di Palermo Roberto Lagalla -. Palermo ha uno straordinario afflusso turistico. E’ bellissimo quando i luoghi più iconici di questa città possano essere messi a disposizione di una fruizione più ampia e qualificata”.

“Questa città ha bisogno di messaggi positivi ed innovativi come quelli che emergono dai Giardini del Massimo – dice l’assessore comunale Giampiero Cannella -. Oggi celebriamo una felice sintesi fra il Teatro Massimo. Rappresenta il punto più alto della cultura e della lirica siciliana e il patrimonio enogastronomico della nostra regione. Un messaggio rivolto a tutti, ma in particolare ai turisti. Perché è nella commistione dei sensi, del bello e del buono, che si può capire appieno il Dna della nostra terra”.

“La riapertura della buvette-caffetteria del Teatro Massimo rappresenta un’occasione per ampliare la fruizione pubblica e valorizzare la centralità di questo edificio patrimonio della città; sia per l’eccezionale valenza architettonica che riveste, sia perché il simbolo del cambiamento culturale. Mi riferisco alla riapertura nel 1997 dopo 23 anni di inattività – dice Selima Giuliano, sovrintendente ai Beni Culturali -. Questo luogo, sono sicura, contribuirà alla frequentazione del teatro da parte sia dei nostri concittadini che dai molti turisti in visita a Palermo”.

“L’idea principale nasce dal teatro e dalla storia del teatro stesso – dice l’architetto Luigi Smecca, che ha coordinato i lavori – quando questo luogo era un caffè letterario anni ’20. Abbiamo voluto mantenere lo stile floreale liberty. Viene richiamato dal nome, la struttura delle foglie esterne e il colore verde degli interni. Il tutto riporta agli anni del periodo nobel da cui poi si sviluppa lo stile Liberty”.

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