Lunedì 26 Ottobre 2020

Essenzialità e sobrietà, riparte così il gusto di “A’nica Ristorante & Pizza Gourmet”

PALERMO. La sua cucina interpreta piatti caratteristici della tradizione siciliana, intersecando tra loro mare, terra e monti. Un modo di pensare privo di stravaganti esuberanze, senza fronzoli, senza sovrabbondanze né dismisure. Come un poligono inscritto in un cerchio tocca con tutti i suoi vertici la circonferenza, così cucina e relativa filosofia sono incassate, in modo naturale, razionale e logico, dentro un’atmosfera che trasuda comfort e leggerezza al tempo stesso. Essenzialità ed accoglienza le leggi con gli occhi, le tocchi con mano già all’ingresso. Serenità e limpidezza d’intenti le percepisci a pelle.

Stiamo parlando di A’nica Ristorante & Pizza Gourmet, sito in una deliziosa ed intima piazzetta di una via Alloro elegante, oggi strada che stilla cultura. Un tempo, invece, dimora delle più alte cariche della città. Un suggestivo ristorante che è crocicchio di due culture opposte e lontane, Sicilia e Svezia, che hanno, però, un denominatore comune nella sinteticità di espressione e nella concisione di stile in cucina. Pochi elementi di qualità uguale efficienza e risultato.
Ecco il lagom svedese. Una sorta di “Less is more” (“Meno è più”) per dirla alla anglosassone. Un invito alla sobrietà, alla giusta misura, alla moderazione che ben si sposa con il concetto di essenzialità di prodotti siciliana.

È questa l’idea dei proprietari Annika Petterson, svedese appunto, caparbia ex manager di banca che nove anni fa sceglie definitivamente la Sicilia per amore di Leonardo, e il giovanissimo imprenditore siciliano Giulio Scaduto. E l’idea del nome del ristorante viene proprio dalla dolce “distorsione” dialettale del nome Annika, che si trasforma amabilmente in “A’nica” (“La piccola”), racchiudendo, così, in un sol colpo nome e filosofia di cucina.
«Amo la Sicilia dal primo giorno in cui l’ho conosciuta. Era il 2002 quando per la prima volta visitai l’isola, in particolare Balestrate – racconta Annika Pettersson. Mi divido ancora oggi tra la mia terra, la Svezia, e la Sicilia che oggi è la mia seconda casa. A’nìca è la rappresentazione ideale della sicilianità che si unisce alla cultura nordeuropea».

«La mia famiglia gestisce aziende agricole da quasi cento anni – racconta il giovane imprenditore Giulio Scaduto. Ho trascorso la mia infanzia a Villa Cefalà, azienda agricola trasformata in agriturismo quando ero ancora molto piccolo. Piano piano il ristorante è cresciuto ed è diventato il core business della nostra attività. Vista l’esperienza maturata abbiamo deciso di aprire un ristorante che coniugasse diversi aspetti: il buon cibo, l’utilizzo di materie prime della nostra terra e lo spirito di accoglienza tipici di un agriturismo».

Arredamento e ambientazione: anche questi seguono il principio della linearità, della sinteticità. Pezzi unici e di riciclo, assieme a piccole piante ornamentali reali e a punti luce naturali o studiati, coinvolgono il commensale in un’atmosfera di serenità mentale e lo dispongono bene alla imminente cena. La cucina? Ovviamente è espressione linda del territorio e segue la stagionalità dei prodotti. Torna anche qui il lagom: la ricetta svedese per la felicità s’intreccia alla passione siciliana.
Giovane, ma con importanti esperienze in “valigia”, il team di cucina: Luca Barnini, executive chef; Vincenzo Mezzatesta, chef di cucina; Daniele Cammarata, pizzaiolo; Martino Puccio e Federica Rocco in sala.

Il menù di una gradevole serata in compagnia della stampa prevede tra gli antipasti “Coppo fritto” tra verdure e pesce, “insalata di àmmaru”, delle deliziose cruditè di gambero rosso marinato, di tonno, tartare di ombrina e carpaccio di polpo.
Fiore all’occhiello del locale è la pizza prodotta con farine di qualità e impasto lievitato per un minimo di 48 ore e cotto su pietra refrattaria, con l’aggiunta di prodotti bio e stagionali. Leggerezza e digeribilità le peculiarità distintive. Tra gli assaggi, che comprendono una “Napoli” e una “Tre Pomodori”, una leggendaria “Favonia” con bufala, bottarga di tonno, pepe rosa, limone, miele di ape nera sicula e menta che, con la sua seduttiva piacevolezza entra di diritto nel novero del decalogo dei prodotti “solenni” di Sicilia da assaggiare a tutti i costi.

Il vino in degustazione è il Dama Rosa, una deliziosa creatura di Terre di Gratia, azienda di Camporeale che ha scommesso sul Perricone. Un vino coniugato in rosa che sprigiona aromi fruttati di melagrana e lampone, ma soprattutto di arancia sanguinella. Poi sbuffi di pepe rosa (perfetto richiamo per la “Favonia”), bitter e caramella Rossana. Il sorso succoso regala ai piatti il perfetto abbinamento.
Tra i cavalli di battaglia di Barnini i fagottini di pasta fillo con ortaggi e verdure su salsa caponata; le fettuccine con bottarga di tonno, vongole e datterino; minestra di pasta all’aragostella e broccoletti; filetto di maialino cotto a bassa temperatura in crosta di lardo di Colonnata con carciofo alla viddanedda.

Soddisfano, e non poco, i due primi in tavola: “Linguine al gambero rosso di Mazara su vellutata di fave” e “Paccheri all’ortolana” con pomodorino, melanzane, zucchine genovesi, basilico, menta e mandorle tostate.
La “Tagliata di alalunga con coste saltate al burro” chiude la passeggiata gastronomica ed anticipa un dessert must delle estati siciliane: il gelo di melone. Questa volta al cucchiaio, meno consistente e meno stucchevole dei soliti che trovi in giro. Meno zuccheri, meno amido e tante scaglie tra pistacchio e cioccolato sopra connotano questo “gelo” come dolce gentile della bella stagione palermitana.


 

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