Lunedì 14 Giugno 2021

Carricante a Palermo? Tutto vero. La prima a griffare bottiglia è l’azienda Todaro

  • 15/01/2021 - 12:07
  • Wine&beer
  • Marcello Malta

SAN GIUSEPPE JATO (Pa). Se ben coltivato e vinificato nel modo adatto dà origine a grandi vini bianchi dalla durata imprevedibile. Spesso è accostato ai grandi Riesling alsaziani, in cui, come nel vitigno francese, è interessante notare dopo quatto o cinque anni la presenza del composto 1,1,6-trimetil-1,2-diidronaftalene, responsabile proprio del tipico aroma dei Riesling invecchiati.

Predominano sensazioni olfattive di zagara, mela, anice e un tipico gradevole nerbo acido al gusto che gli conferisce struttura e longevità.
 
Il suo nome deriva da un’espressione siciliana che sottolinea l’abbondante produzione delle sue piante, capaci di riempire i carri d’uva. Per la finezza che è in grado di conferire ai vini viene spesso vinificato insieme ad altri vitigni autoctoni come il Catarratto, l’Inzolia, la Minnella, o internazionali come lo Chardonnay.
 
Lo avrete certamente capito. Non sfuggirà di certo che stiamo parlando del Carricante. Ma dici Carricante e dici Etna. L’equazione fino ad oggi ha una ed una sola soluzione. Ovviamente nell’immaginario collettivo, perché oltre ad esserci qualche sparuta presenza nella parte sud-orientale della Sicilia, è anche il più diffuso vitigno a bacca bianca della provincia di Catania, autoctono dell’Etna ovviamente, dov’è allevato su terreno vulcanico ad alte quote sul livello del mare. Oggi costituisce l’Etna Bianco Doc (60%) e l’Etna Bianco Superiore Doc (80%).
 
I vini che ne derivano sono caratterizzati da elevata acidità fissa, da pH basso e da alto dato in acido malico. E sull’Etna i terreni vulcanici sono ricchissimi di elementi come silicio, ferro e rame, tant’è che un vino del “Vulcano” è possibile che alla cieca, prima all’olfatto e poi all’assaggio, lo riconosci perché singolare. Nei bianchi, ad esempio – come dice il grande enologo Salvo Foti – “mastichi” una evidente mineralità, quella marcata sensazione decisa di sapidità unita in simbiosi con una netta e durevole acidità. Un po’ – come egli stesso scherza – come mangiare una fettina di limone verde con del sale sopra. E anche se hai tanto alcol, i vini sono sempre eleganti e mai pesanti.
 
Dici Carricante e pensi Etna. Lo ribadiamo ancora. Ma come nelle migliori regole, ci sta l’eccezione che le conferma. Una meravigliosa (e forse singolare) eccezione.
 
C’è un’azienda, infatti, che si trova a San Giuseppe Jato ad un’altitudine compresa tra i 450 e 650 metri sul livello del mare per la quale è degno di nota e menzione il suo terroir, da sempre vocato per la produzione di vini che godono di un microclima particolare dovuto alla conformazione della vallata, temperature fresche (gli inverni sono freddi con presenza di neve), ottima ventilazione ed escursioni termiche in periodo prevendemmiale.
 
Stiamo parlando dell’azienda agricola Todaro che dal 2011 è guidata dai due fratelli Adriano e Giuseppe Todaro. Solo vini biologici che, per essere mantenuti più “naturali” possibile, necessitano ogni giorno, tra vigna e cantina, di una lunga serie di accortezze, tra cui molti lavori manuali.
 
Terroir chiama terreno, la cui pedologia in questo comprensorio è una caratteristica encomiabile. Uno dei tanti refrain della gente della zona, infatti, recita che “dai terreni del Feotto escono sempre pietre”.  Questo detto nasce dal fatto che una delle operazioni di lavorazione dei vigneti, la cosiddetta spietratura, viene effettuata ogni anno per pulire i terreni e rendere più agevoli le operazioni di coltivazione. Ma dopo le piogge, come per incanto, compaiono sempre nuove pietre.
 
Proprio le pietre del terreno, ossia lo scheletro, insieme alla tessitura argillosa consentono l’automatica creazione nella stagione primaverile di una riserva d’acqua, disponibile poi naturalmente nel suolo nei periodi di maggiore siccità estiva. Ricorda per certi versi – forse chi scrive esagera, ma tant’è - le caratteristiche specifiche del Graves a Sud di Bordeaux, patria di vini dal grande carattere, ricchi e longevi: drenaggio perfetto e terreno che svolge una funzione autoregolatrice della temperatura e dell’umidità.
 
Si parlava di regole, ma eccola qui l’eccezione: il Carricante a Palermo. Una vera e propria chicca. Una stranezza singolare che desta sete di sapere e di conoscenza da parte di giornalisti di settore e di winelovers. Una rarità di vitigno davvero singolare che non ha pionieri nella Sicilia centro-occidentale e può opportunamente fregiarsi dell’etichetta di “Primo a Palermo”.
 
È l’annata 2019 a griffare la prima vendemmia per il primo Carricante monovarietale in bottiglia di Giuseppe Todaro per la Sicilia ad Ovest dell’Etna. Siamo a 450 metri in contrada Feotto. Qui i suoli hanno buona fertilità e tessitura, con percentuale di argilla tra il 25% e il 30%, e con notevole presenza di scheletro, come descritto sopra, che li mantiene permeabili e freschi. La reazione è sub-alcalina, l’humus è sempre presente in buone quantità, così come fosforo e potassio. La forma di allevamento di questo Carricante è a spalliera con potatura a guyot e con densità d’impianto di 4.400 piante/ha. Il clima fresco contribuisce a generare alte escursioni termiche tra il giorno e la notte. Ciò significa uve ricchissime di profumi e aromi intensi. Il vino sosta sei mesi sulle fecce fini e qualche altro in bottiglia.
 
«La vendemmia ci ha regalato davvero delle ottime soddisfazioni – dice il patron della cantina, Giuseppe Todaro – non ultimo il debutto della nostra cantina appena costruita. E poi un’estate medio-calda temperature molto buone, nessun problema con le piogge, nessuna complicazione fito-sanitaria e nessuna difficoltà di raccolta ci hanno fatto presagire una generazione di vini molto interessanti, specie sul nostro neonato Carricante per il quale avremmo pienamente scommesso su una rilevante componente acida e su una ricca complessità aromatica».
 
Allora assaggiamolo. Scordiamoci, però, per piacere, l’Etna bianco. Ha senso nullo il paragone se sappiamo – come sappiamo – la profonda differenza tra i due terroir.  Il vino desta molto interesse e porta con sé un gran bel carattere. Un giornalista sportivo direbbe sicuramente «Buona la prima!», con mirato riferimento all’ottimo debutto di una matricola in Serie A.
 
A prima vista si ha la velata sensazione di scorgere struttura e una possibile longevità. Luminoso al bicchiere, è molto attraente e persuasivo coi suoi profumi intensi e stratificati. Colpisce la simultaneità di gioventù di fiore come gerbera bianca, zagara e ginestra, quella di frutto come la mela cotogna green, con le sfumature minerali di talco e gesso. Ancora macchia mediterranea come felce, timo, rosmarino. E quella sensazione bonbon di anice stellato che ben si distingue. In bocca niente austerità, ma struttura sì. Ampiezza, pienezza e avvolgenza fanno da corredo e spalla alla freschezza e alla lunghezza sapida che trascinano eccellentemente con sé echi floreali e fruttati delle stesse sensazioni olfattive. Ben prolungato il finale aromatico. Vasta e abbondante la scelta di preparazioni gastronomiche di possibile abbinamento.
 
Si preannuncia un non indifferente potenziale di conservazione per questo Carricante. Sarà il tempo l’arbitro di questo verdetto. E qualcuno, qualche addetto ai lavori, già sorride pronosticando, ma forse diremmo bene “divinando”, quel famosissimo, stuzzicante e sorprendente 1,1,6-trimetil-1,2-diidronaftalene.
 

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